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Arte, tecnologia e corpo post-corporeo

Che cosa significa essere umani quando un algoritmo genera immagini, una stampante 3D scolpisce abiti e una biennale postuma parla attraverso esseri ibridi? La domanda non è retorica: è il filo rosso che attraversa le mostre, le piattaforme e gli eventi più rilevanti di questa primavera 2026. La tesi che intendo sviluppare è che stiamo assistendo a una convergenza senza precedenti tra pratiche artistiche visionarie, tecnologie immersive e urgenze sociali, una convergenza che ridisegna i confini stessi della corporeità e della percezione.

Visioni precognitive: Hilma af Klint e il corpo come soglia

Oltre un secolo fa, Hilma af Klint dipingeva ciò che nessun occhio poteva ancora vedere: strutture cellulari, campi energetici, diagrammi dell’invisibile. La serie “What a Human Being Is”, come ricorda la Fonte 1, fu concepita letteralmente come pittura per il futuro, destinata a un pubblico che non esisteva ancora.

Quella fiducia nel tempo a venire risuona oggi con una forza inedita. Af Klint non cercava la rappresentazione mimetica del corpo, bensì la sua traduzione in codice visivo astratto. In questo senso, il suo lavoro anticipa la logica dell’arte generativa contemporanea, dove il corpo umano diventa dato, parametro, variabile di un sistema.

La differenza cruciale è che af Klint operava attraverso la trance e il rituale, mentre gli artisti odierni delegano parte del processo creativo a reti neurali. Tuttavia, in entrambi i casi, l’autorialità si dissolve: l’artista diventa medium — spirituale o computazionale che sia.

Materia viva e moda algoritmica: Iris van Herpen al Brooklyn Museum

Se af Klint traduceva il corpo in astrazione, Iris van Herpen compie il percorso inverso: trasforma l’astrazione algoritmica in materia indossabile. La retrospettiva “Sculpting the Senses” al Brooklyn Museum (Fonte 2) presenta abiti realizzati con bolle, alghe e plastica riciclata, dimostrando che la moda sostenibile può essere radicalmente scultorea.

Van Herpen utilizza la stampa 3D e la modellazione parametrica non come espedienti tecnologici, ma come estensioni del pensiero formale. Ogni vestito è un ecosistema: respira, si deforma, reagisce alla luce. Di conseguenza, il confine tra organismo e artefatto si assottiglia fino a scomparire.

Questo approccio dialoga direttamente con la nozione di “esseri ibridi” che attraversa la Biennale di Venezia 2026 (Fonte 6). La mostra principale, intitolata “In Minor Keys” e curata postuma da Koyo Kouoh, si affida a figure-sentinella che guidano il visitatore in una processione talvolta cacofonica. Anche qui il corpo è soglia, ponte tra mondi.

Il digitale come territorio curatoriale: Art Basel e Zero 10

Art Basel ha deciso di portare la piattaforma Zero 10 anche nell’edizione svizzera, affidando la curatela a Trevor Paglen insieme a Eli Scheinman (Fonte 3). La scelta è significativa: Paglen è un artista che da anni indaga la sorveglianza algoritmica e le geometrie invisibili del potere digitale.

Inserire arte generativa, intelligenza artificiale, media art e net art nel cuore della fiera più prestigiosa del mercato significa riconoscere che queste pratiche non sono più marginali. Sono, piuttosto, il centro gravitazionale attorno al quale ruota la produzione visiva contemporanea.

Inoltre, la scelta di un artista-curatore — e non di un curatore istituzionale — segnala un cambio di paradigma. L’artista non si limita a produrre oggetti: organizza discorsi, costruisce contesti, negozia visibilità. Paglen incarna questa figura doppia, al tempo stesso creatore e critico del sistema.

Realtà estesa: dall’intrattenimento alla nuova percezione

Parallelamente, il settore della realtà virtuale e aumentata accelera. La settimana XR di maggio 2026 (Fonte 5) annuncia imminenti novità sugli occhiali Android e sulla distribuzione dell’hardware Valve, mentre titoli come “One More Delve” (Fonte 4) dimostrano che la VR sta maturando anche sul piano ludico, con combattimenti basati sulla fisica e cooperazione fino a tre giocatori.

Tuttavia, ridurre la XR a puro intrattenimento sarebbe miope. Quando un visore traduce il movimento del corpo in azione digitale, sta di fatto riconfigurando la propriocezione — il senso che abbiamo della nostra posizione nello spazio. Questo ha implicazioni profonde per l’arte performativa e installativa.

Infatti, non è difficile immaginare una convergenza tra le sculture sensoriali di van Herpen e un ambiente in realtà mista. Oppure tra le geometrie di Paglen e un’esperienza immersiva navigabile. La tecnologia XR offre all’arte un nuovo tipo di corpo: quello dell’avatar, del doppio digitale, del fantasma interattivo.

Venezia 2026: resilienza, memoria e tonalità minori

La Biennale di Venezia 2026 si presenta come un organismo ferito ma vitale. La morte della curatrice Koyo Kouoh ha trasformato “In Minor Keys” in un atto di memoria collettiva (Fonte 6, Fonte 7). Il podcast dedicato rivela una mostra polifonica, dove artiste come Gabrielle Goliath e Lubaina Himid intrecciano storie di resistenza e trasformazione.

Il Pinchuk Art Centre ucraino (Fonte 8) porta a Venezia frammenti di gioia fragile estratti dalla devastazione bellica. Un tempo noto per feste mondane, oggi l’istituzione di Kyiv sceglie la sobrietà narrativa: sopravvivenza, resilienza, cura. È un ribaltamento etico che interroga l’intero sistema dell’arte sulla propria responsabilità.

Di conseguenza, la Biennale diventa un laboratorio dove il corpo politico — quello della nazione in guerra, quello della curatrice scomparsa — si sovrappone al corpo estetico. Le tonalità minori del titolo non indicano debolezza, ma una scelta deliberata di ascolto, di attenzione al sussurro piuttosto che al grido.

Conclusione: verso un’estetica post-corporea

Dalle visioni spiritiste di af Klint agli abiti-organismo di van Herpen, dalla curatela algoritmica di Paglen alla propriocezione virtuale della XR, fino alla corporeità ferita di Venezia, emerge un paradigma comune: il corpo umano non è più un dato stabile, ma un campo di forze in continua negoziazione.

L’arte più urgente di questo momento non rappresenta il corpo — lo riconfigura. Lo sottopone a pressioni tecnologiche, ecologiche, politiche, e osserva cosa ne resta. Ciò che resta, forse, è proprio quella tonalità minore: un residuo di umanità che nessun algoritmo sa ancora simulare, ma che ogni algoritmo ci costringe a ridefinire.

La sfida per artisti, curatori e spettatori è accettare questa instabilità come condizione creativa, non come minaccia. Solo così la convergenza tra arte e tecnologia potrà generare significato anziché mero spettacolo.

Riferimenti:

  1. “What a Human Being Is” by Hilma af Klint – artXchange Global
  2. Bubbles, Algae, and Plastics Go Haute Couture in ‘Iris van Herpen: Sculpting the Senses’ – Colossal
  3. Art Basel punta sul digitale: l’artista Trevor Paglen curerà Zero 10 – Exibart
  4. One More Delve Impressions – UploadVR
  5. The XR Week Peek (2026.05.11) – The Ghost Howls
  6. The Big Review | Venice Biennale 2026: In Minor Keys – The Art Newspaper
  7. Venice Biennale Special 2026—podcast – The Art Newspaper
  8. At the Venice Biennale, Ukraine’s Pinchuk Art Centre finds fragile moments of joy amid loss – The Art Newspaper

Questo saggio è stato generato utilizzando un workflow di intelligenza artificiale progettato e supervisionato da Enzo Gentile. Le fonti sono state selezionate e analizzate automaticamente e il testo finale è stato revisionato criticamente prima della pubblicazione.